Consigli d’arredo by LaCasaModerna

 


Cucine a Isola: il luogo della nuova socialità. Tutti gli ingredienti per una cucina “da sogno”.



La cucina è da sempre il cuore della casa. Nonostante i ritmi di vita sempre più frenetici e gli spazi sempre più esigui che caratterizzano spesso le nostre abitazioni, la cucina ha ancora il ruolo di “focolare”, di centro attrattivo della casa. Un posto dunque dove si preparano i cibi -principalmente- ma anche dove ci si incontra, si comunica, si socializza, insomma.. si vive. Anche da ben prima della recente Pandemia, la cucina è stata quindi il luogo dell’aggregazione per la famiglia tradizionale, come pure per i single e per tutte le altre forme di aggregazioni che abitano gli ambienti domestici. E’ infatti lì che ci si ritrova a svolgere quei semplici gesti quotidiani che ci sono così cari, come salutarsi al mattino prima di una veloce colazione, preparare il pranzo o la cena per se e per gli altri, consumare un piacevole pasto insieme ai nostri cari o agli amici.

Il Covid, con tutte le sue problematiche, non ha fatto che ampliare questa necessità di vedere il proprio ambiente domestico come luogo di incontro privilegiato, magari anche un po’a discapito dei locali e dei ristoranti, i luoghi forse dove prima si esternava maggiormente la propria “socialità” . Quest’ultima dunque non ha che ancor più accresciuto quello che era un desiderio molto comune già da molto tempo, ovvero, quello di possedere un luogo “social” dove espandere la propria domestica personalità. E quale luogo della casa può essere così avvezzo ed adatto a questo nuovo scopo “comunitario” e comunicativo se non una splendida cucina “ad Isola?

La cucina ad isola: il sogno di tutti.

Ma, a parte le motivazioni “sociali” e conviviali che abbiamo appena esaminato,  perché la cucina “ad isola” è così sognata e desiderata da tutti?

Per rispondere a questa domanda occorre fare un analisi molto approfondita a proposito dell’architettura dei moderni ambienti “casa” e del design dei suoi arredi.

Nelle abitazioni odierne, in relazione alle dimensioni delle stanze e alla composizione del nucleo familiare, si individuano principalmente due tipologie di cucina: la cucina “abitabile”, separata fisicamente dal resto della casa e dotata di un luogo in cui pranzare (tavolo o bancone che sia) in cui possano sedere almeno tre o quattro persone, e la cucina “living”, ossia quella avente una superficie specifica sufficiente ad accogliere tutte le attrezzature (ed eventualmente una limitata zona pranzo da un paio di persone), ma che si presenta completamente “aperta” e annessa al locale “giorno” come se si trattasse del medesimo ambiente. E’ ormai sparito il cosiddetto “cucinotto” che era stato presente per più di un secolo nelle abitazioni, ed aveva le sue maggiori motivazioni di esistere nella necessità di separare in qualche modo il luogo dove si preparavano i cibi, dal resto della casa.

Oggi questa necessità di “separazione” è quasi venuta meno, o meglio, è stato risolto diversamente il problema che ne stava alla base attraverso un uso più intelligente di porte, quinte ed ampie superfici vetrate scorrevoli, che servono sempre a separare la cucina dal resto della casa, ma solo se lo si desidera e quando si desidera farlo. Il fatto nuovo è che lo si tende a fare sempre con minore frequenza! Nonostante infatti la cucina sia rimasta comunque un luogo “intimo” in cui la famiglia (sempre in senso “lato”) si riconosce e riunisce -e quindi l’ambiente della casa che più di altri ne esprime la personalità- la scelta dell’arredo e la sua disposizione non scaturiscono più solo dagli aspetti pratici del progetto, ma tengono estremamente conto del gusto personale e delle singole sensibilità.

Per spiegare adeguatamente questo concetto è necessario considerare le diverse operazioni svolte durante la preparazione e la consumazione dei cibi e per fare ciò è indispensabile avere un quadro pressoché completo delle zone di lavoro che la cucina deve contenere, quindi degli elementi da arredo che vi occorre inserire, così come loro ingombro (e della relazione che li lega fra loro). Lo scopo è quello di creare un locale bello e funzionale che, al contempo, sfrutti al meglio lo spazio disponibile. Ci si troverà a quel punto a prendere in esame essenzialmente quattro tipologie di arredo specifico ovvero: la cucina angolare, la cucina lineare (ad uno o più lati), la cucina con penisola e, appunto, la cucina detta “con Isola”, oggetto di questo articolo.

Immaginando singolarmente le innumerevoli tipologie di utilizzo che le diverse conformazioni di cucina comportano, sarà facile accorgersi che, nei primi tre casi, chi si trova ad usare la cucina lo fa quasi sempre rivolto verso un muro, una parete, o un insieme di mobili formanti una superficie verticale pressoché impenetrabile, mentre nel quarto caso (quello proprio riguardante le cucine ad isola) chi vi opera lo fa potendo rivolgere lo sguardo verso il resto del mondo che lo circonda. E’ dunque questa la motivazione principale che spinge la maggior parte delle persone a desiderare per la propria cucina un arredo, che sia capace di tenere collegati costantemente con l’ambiente circostante senza limitare minimamente quelli che sono i contatti con il resto dell’abitazione e di coloro che ci abitano o che la occupano in quel momento. Una scelta dunque che pare solamente “architettonica” ma che invece è profondamente “social” e nel più vasto significato del termine. Chi cucina su di un'”isola”, può farlo, guardando la Tv, parlando coi propri compagni di vita o coi propri amici, magari controllando al contempo i figli che giocano, oppure vigilando sul proprio animaletto domestico: un contatto costante con la propria sfera affettiva e collettiva che non è ottenibile in ugual misura con nessun altro tipo di arredo. Proprio nessun altro..

Si tratta di un sistema dunque “Open”, che deve adattarsi sia alla cucina vera e propria (intesa come spazio fisico), che all’attigua zona pranzo o al soggiorno, in una continuità ideale che sia capace di appagare il senso estetico senza “interruzioni” strutturali, visive e stilistiche e seguendo le più attuali tendenze d’arredo.

E’ con la strenua ricerca di questo spirito “Open Space” che devono fare i conti coloro che si avvicinano alla cucina ad isola ed alle problematiche inerenti alla sua progettazione e realizzazione. Ciò perché indiscutibilmente esiste -e occorre dire a volte “purtroppo”-  una stretta connessione tra un arredo da cucina e lo spazio totale a disposizione in casa ed è essenzialmente questo il “grande motivo” per cui per l’ideazione e la realizzazione di una cucina ad isola è indispensabile rivolgersi a dei professionisti del settore. Per tutte le altre morfologie di cucina (dritta e angolare in particolar modo), bene o male è possibile immaginare una conformazione anche da soli: basta avere cognizione esatta delle misure a disposizione, della posizione degli attacchi, dello stile che si intende perseguire e dopodiché con un po’ di fantasia e di impegno sarà senz’altro possibile progettare un abbozzo di composizione che ci aggrada. Per una cucina ad isola ciò non è quasi mai possibile: troppe le difficoltà (a volte, anche strutturali) da superare, troppe le questioni tecniche, troppe le verifiche architettoniche e le complessità tipiche del design che tale tipo di arredi comporta per poter intraprendere quest’impresa in solitaria.

Cerchiamo dunque di capirci di più e di dissipare qualche dubbio attraverso qualche delucidazione tecnica e stilistica, nonché qualche esempio.

Le cucine ad isola: quale ambiente è più adatto ad accoglierle?

Partiamo proprio da un concetto incontrovertibile che sta alla base dell’ergonomia: c’è una precisa correlazione tra lo spazio a disposizione e i gesti che si compiono.

Cucina legno noce scuro

In cucina, questa correlazione ha numerose conseguenze e addirittura obbliga fin da subito chi progetta le case ed i loro arredi a seguire delle logiche che fanno tesoro di aspetti che riguardano non solo l’estetica, ma anche la fisica e la tecnologia. E’ per questo che le aziende produttrici di cucine, nel realizzare mobili dall’immagine piacevole ed equilibrata, hanno considerato che fosse nell’estrema componibilità dei loro prodotti, realizzabili in relazione agli ambienti destinati a contenerli, la chiave per creare arredi davvero rispondenti alle esigenze dei consumatori.

Nel caso delle cucine ad isola il primo obbiettivo di chi le progetta e di chi le realizza è quello di ideare uno spazio che sia innanzitutto conviviale, come abbiamo ampiamente visto, ma anche pratico, bello e tecnologico allo stesso tempo.

Centro operativo di una casa accogliente nella quale trovarsi immediatamente a proprio agio, le cucine ad isola sono infatti formate dall’insieme delle attrezzature e degli accessori di cui sono dotate e dal dinamico apporto dei contenitori che racchiudono i loro volumi interni. Questo insieme deve essere capace di esprimere un perfetto equilibrio armonico fra praticità, estetica, colore e funzione. Tutti concetti che possono sembrare a prima vista piuttosto “astratti”, ma il cui significato è molto semplicemente quello di comunicare bene a tutti che la progettazione di una cucina “open space” ad isola è molto complessa e richiede addirittura una sorta di “fusione” con la struttura edile dell’ambiente destinato ad ospitarle.

Se si prende ad esempio un campione di 100 case differenti, sia come dimensioni che come conformazione (appartamento, villa unifamiliare o terra-tetto che siano), ci si accorgerà immediatamente che nella stragrande maggioranza di queste (circa il 95%?), la cucina è stata immaginata nelle tre composizioni più comuni ovvero “ad angolo”, “lineare” o “con penisola”. Queste stanze sono facili da riconoscere: gli attacchi di acqua e gas sono predisposti “a parete” e gli ambienti sono quasi sempre immaginati più per la presenza di un tavolo da pranzo, che di un’isola polifunzionale a centro stanza. Il perché di tutto ciò è piuttosto ovvio se ci si pensa, del resto la realizzazione di queste tipologie architettoniche di cucina è più semplice ed immediata: basta fare delle “tracce” (ossia i canali dove far passare gli impianti) nelle pareti e predisporre  i vari “attacchi” su di esse, senza dover quasi mai affrontare altri tipi di problematiche.  Ciò che serve a realizzare una cucina ad isola è ben più complesso e per questo più difficile da incontrare nella normale architettura civile.

Come si capisce, dunque, quando abbiamo a disposizione un locale in cui è possibile inserire una cucina ad isola? Innanzitutto dalle misure e poi dalla forma degli ambienti che abbiamo a disposizione.

Dimensionalmente una cucina ad isola differisce da una cucina “a parete” (ad angolo o dritta che sia) per il fatto che lo spazio necessario per accedervi è pressoché “doppio”. Una normale cucina a parete infatti necessita di avere solo uno spazio frontale vuoto per permettere di usarla e riporvi le suppellettili. In una cucina ad isola invece questo spazio “vuoto” deve essere lasciato in prossimità di ogni lato dell’isola che si intende utilizzare, per pranzare o per cucinare. Questo fattore, ovviamente, determina una differente concezione dello “spazio cucina” anche in relazione al resto dell’ambiente giorno.

Facciamo un esempio pratico: se si possiede una cucina “abitabile” (ovvero una stanza racchiusa fra quattro mura e separata dal soggiorno in maniera stabile) e si intende inserirvi una cucina “ad isola”, ci si accorgerà ben presto che, pur avendo delle dimensioni adeguate a contenerla, l’isola apparirà sproporzionata e “fuori luogo”. Se al contrario si possiede -o si può ottenere tramite una ristrutturazione- una zona giorno “open-space”, capace cioè di contenere sia la cucina che il soggiorno in un unico spazio aperto, il nostro lavoro sarà tendenzialmente più facile. Ciò è dovuto principalmente a due aspetti: il primo riguarda proprio la dimensione “social” della cucina ad isola e porta a chiedersi che significato potrebbe avere possedere un arredo di questo tipo, quando si riesce ad immaginarlo solo “rinchiuso” in una stanza che non consente un sufficiente contatto con il mondo che la circonda. Il secondo riguarda una questione molto più pratica, cioè è quella concernente lo sfruttamento dimensionale delle stanze. Come abbiamo visto pocanzi le normali stanze adibite a cucina e separate fisicamente (dette, come abbiamo visto all’inizio, “cucine abitabili”) vengono costruite immaginando gli arredi posti “a parete”, ossia poggiate ad uno o più muri: quando a questo tipo di progetto si sostituisce uno in cui gli arredi sono posti in maniera centrale alla stanza, si incontrano quasi sempre difficoltà dimensionali. Gli ingombri non permettono una comoda apertura di ante ed elettrodomestici, le dimensioni ridotte consentono la creazione di piani di lavoro troppo piccoli e, non ultimo, si creano i presupposti (deleteri) per una cucina pessima anche a livello puramente estetico.

In una stanza ampia ed aperta tutti questi problemi possono essere più facilmente superati: del resto anche solo l’assenza di una parete di “chiusura” permette alla cucina ad isola di esprimere subito meglio i propri vantaggi in un ambiente “a pianta aperta”. Il bancone centrale in quel caso si proietta verso il soggiorno e lo integra, mentre la problematica relativa allo spazio “vivibile” viene attenuata dalle dimensioni più ampie ed aperte delle stanze giorno odierne.

Anche in questo caso esiste però un problema di proporzioni. Architettonicamente parlando infatti una cucina, pur essendo uno degli ambienti più utili e vissuti della casa, dovrebbe avere delle dimensioni considerevolmente inferiori a quelle del “soggiorno”. In una stanza unica “cucina & living” è dunque necessario che sia mantenuta una certa attenzione dimensionale a quelle che sono le superfici destinate ai due tipi di arredo. Una regola fissa certamente non esiste, è però opinione abbastanza comune che la cucina non superi mai un terzo della superficie complessiva dell’ambiente “cucina-soggiorno”. La proporzione più giusta, probabilmente, è quella di 1 a 4, ovvero quella che dimensiona per una ipotetica stanza unica di 40 mq, uno spazio cucina di circa 10 mq.

Questo aspetto “proporzionale”, anche se a prima vista può sembrare abbastanza scontato è invece fondamentale. Che effetto potrebbe mai fare infatti entrare in una “zona giorno” in cui la cucina occupa più di metà dello spazio?? Sarebbe in qualche caso accettabile una prevaricazione forzata della cucina nei confronti dell’ambiente giorno, nonostante si stia parlando di “open space”? Quasi certamente no. Tale ragionamento ci porta quindi ad enunciare un “postulato” abbastanza essenziale in questo ambito: la cucina ad isola, essendo un arredo che richiede uno spazio di solito sostanzialmente superiore a quello necessario ad allestire altre composizioni di cucina, può essere posizionata esclusivamente in quelle case che possono permettersi tale tipo di inserimento, senza pregiudicare la proporzione complessiva della totalità degli ambienti. Se per alloggiare una cucina ad isola, ci si accorge dunque di dover sacrificare troppo il soggiorno o altri ambienti della casa, meglio lasciar perdere e concentrarsi sulla progettazione di un altro tipo di arredo, come può essere ad esempio la cucina “con penisola”, di cui si parla abbondantemente in un altro dei nostri articoli.

Vediamo a questo punto di elencare qualche consiglio utile che possa aiutarci in questa difficile impresa progettuale:

Come si progetta una cucina ad isola?

Andremo infatti adesso più in particolare a parlare di progettazione “pratica” delle cucine ad isola, cominciando col precisare quindi quelli che sono i “requisiti” minimi di una stanza che sia capace di contenere in maniera ottimale questo particolare modello di arredo.

Come vedremo in seguito esistono in generale due tipologie di cucine a isola, ovvero quelle che contengono all’interno del loro bancone centrale anche degli elettrodomestici o degli accessori, e quelle in cui invece la stessa “isola” è composta solo da dei contenitori più o meno capienti e di forme differenti. Come abbiamo già visto, in entrambi i casi la prima cosa di cui essere consapevoli è la necessità di lasciare intorno al bancone centrale lo spazio necessario per girarci intorno e per utilizzarne i vari componenti. Mentre però nel caso delle cucine ad isola complete di accessori e elettrodomestici sono necessarie delle misure minime con cui costruire i banconi, (gli elettrodomestici e gli accessori hanno misure abbinato) nel caso si debba progettare un’isola composta solo dai contenitori, non ci sono misure minime da rispettare. L’importante, in quel caso, è dimensionare il bancone (o isola, appunto) in modo che esso sia capace da solo di restare stabilmente in piedi (e non sia facilmente spostabile dalla sua posizione).

Un bancone ad isola del tipo “solo contenitore” potrebbe in teoria possedere anche delle misure minime di 90 x 60, il che corrisponde più o meno ad un mobile contenente normalmente due ante o due cestoni estraibili. L’inserimento però in mezzo ad una stanza di un mobile di queste dimensioni potrebbe apparire una scelta quanto meno discutibile. Un bancone ad isola, infatti, anche se ha funzione solo di contenimento e di piano d’appoggio, deve avere delle misure tali da giustificarne l’introduzione. In una cucina dotata di una larghezza di circa 4 metri ad esempio, se si calcolano circa 120 cm di spazio laterale, si arriva ad ottenere un bancone ad isola di circa 150-160 cm, che rappresenta una misura del tutto giustificabile per un mobile destinato a stare in mezzo alla stanza, ma che deve essere nel contempo anche proporzionato al suo scopo.

La distanza più giusta che è necessario lasciare libera intorno ad all’isola di una cucina varia dai 100 ai 140 cm circa. Quando questa distanza deve essere inferiore per motivi di spazio disponibile, quella che si considera la dimensione davvero minima è di 90 cm circa; da questa misura in giù vengono a mancare i presupposti necessari all’inserimento di un’isola nella stanza.

Vi sono situazioni però in cui, al contrario, lo spazio a disposizione è molto. In questi casi bisogna far attenzione a non posizionare l’isola troppo distante dai luoghi funzionali della cucina. Anche la “cucina ad isola” del resto deve sottostare alle regole del “triangolo funzionale” di cui molto spesso abbiamo parlato in questi nostri articoli e questo significa che la distanza fra le tre zone “lavaggio”, “cottura” e “conservazione” non deve superare i pochi passi. Non si tratta in verità di una situazione in cui, nella maggior parte dei moderni appartamenti di città, così piccoli e “razionali”, ci si trova molto spesso, ma quando si hanno da progettare degli arredi per ville, villette e grandi alloggi, il dimensionamento delle cucine ad isola diventa fondamentale. In questi casi infatti il progetto di un “open space” deve essere perfettamente integrato con il restante progetto abitativo in modo che la cucina (intesa come insieme di arredi) assuma il suo necessario valore, pur mantenendo delle proporzioni adeguate. Facciamo un esempio pratico: in una zona living-cucina di circa 65 mq, si può opportunamente inserire un’ampia zona “colonne” (come vedremo più avanti) posta a parete, posizionando ad una distanza di circa 130 cm dalle stesse colonne, un grande bancone ad isola completo piano di cottura e con zona lavaggio inserita al suo interno. Se al bancone aggiungiamo la sporgenza necessaria per alloggiarvi due o tre sgabelli, le sue dimensioni finali saranno probabilmente di almeno 200 cm di larghezza per 130 di profondità. In questo caso specifico, calcolando adeguatamente gli ingombri degli arredi e le distanze da lasciare libere in maniera da girarvi opportunamente intorno, la superficie complessiva occupata dagli arredi da cucina sarà di circa 15/18 mq: un area ben al di sotto dunque di quel “terzo” dello spazio a disposizione nell’ambiente giorno, che abbiamo già evidenziato come limite massimo, ma che risulta comunque sufficiente per immaginarvi dentro una cucina ad isola realmente bella e funzionale.

Il problema degli “attacchi” di acqua, corrente elettrica e gas

Dunque riepilogando, abbiamo reso abbastanza chiaro il perché, per alloggiare adeguatamente una cucina ad isola, occorre possedere stanze grandi e adeguatamente aperte. Ma questo è sufficiente ? Beh.. dipende. A parte la questione dimensionale difatti c’è un fattore che spesso determina incontrovertibilmente la possibilità di realizzare una cucina ad isola, ovvero quello che riguarda l’opportunità di piazzare o meno, al centro della stanza, un bancone completo di elettrodomestici e/o lavello. Come abbiamo già detto, se il nostro desiderio si limita alla realizzazione di un “isola contenitore”, a parte la problematica degli ingombri, altre questioni non sono da affrontare. Quando però si desidera al contrario fornire l’isola di Lavello, lavastoviglie, piano di cottura e cappa aspirante il discorso si fa enormemente più complesso. Iniziamo immediatamente col dire che per progettare un’isola di quest’ultimo tipo è necessaria la predisposizione degli allacciamenti elettrici e idraulici, indispensabili all’uso dei vari accessori, esattamente là dove abbiamo intenzione di piazzare la nostra “isola funzionale”. Detto questo le strade per farlo sono essenzialmente due: o si ha la casa in costruzione, ed allora si progettano in via preliminare gli ambienti in modo da fornirgli degli allacci posizionati dove serve, oppure occorre prevedere una ristrutturazione edile piuttosto importante e spesso molto dispendiosa.

Nel caso della nuova costruzione i problemi relativi alla cucina ad isola sono piuttosto facili da risolvere. Si tratta più che altro di avere ben chiaro, oltre al progetto che interessa la parte edile della casa, uno che determini esattamente gli arredi e le loro posizioni, almeno per ciò che concerne la cucina ad isola. Nel caso invece di un eventuale ristrutturazione i problemi potrebbe essere per più ardui a risolvere.

Questo è uno di quei casi in cui il potersi affidare a dei veri esperti del settore risulta spesso determinante. Sono infatti di frequente gli stessi tecnici che si occupano della progettazione edile a sollecitare l’intervento di chi possa consigliare, e perché no anche proprio “determinare”, quegli che sono gli arredi più adatti ad una cucina ad isola, così come le sue dimensioni ed il suo esatto posizionamento. L’Interior Designer infatti possiede delle conoscenze specifiche sulla realizzazione degli arredi e sulla disponibilità di prodotti in commercio che spesso chi si occupa prevalentemente di progettazione di edifici non possiede, o non ne ha una completa conoscenza. Ecco che con l’aiuto del progettista di interni gli ambienti più complicati come le cucine “open space” possono essere meglio definiti, gli spazi allestiti senza spreco di denaro e di tempo e le questioni più “tecniche” (come quelle appunto del posizionamento degli allacci) affrontate senza preoccupazioni.

Una volta definito la struttura generale dell’ambiente dal tecnico edile, l’apporto del progettista di interni non si limita di fatto a riempire semplicemente il “contenitore” che si sta per costruire, ma lo ottimizza, lo qualifica e rende il progetto complessivo funzionale alle esigenze d’arredo del committente.

Si parte innanzitutto con lo stabilire se la nostra “isola” sarà fornita di lavello e lavastoviglie, di piano di cottura e di cappa oppure di tutti questi elementi messi insieme. Si determinano a quel punto le dimensioni necessarie per costruire il bancone centrale, anche tenendo ben presente la necessità o meno di dotarlo di una zona adibita alla consumazione dei pasti. Dopo di che parte il confronto con il progettista strutturale con il quale sarà possibile verificare la fattibilità del progetto d’arredo in relazione agli spazi, disponibili, alla loro posizione ed alla possibilità di sfruttare le strutture per il passaggio dell’impiantistica necessaria. Per il lavello sono ovviamente indispensabili le tubature di acqua calda e acqua fredda, nonché la collocazione di un tubo di scarico efficiente. E qui, già si incontra il primo dei problemi. In una cucina ad isola infatti le tubature devono infatti essere quasi sempre piazzate “a pavimento”, ovvero devono fuori uscire dalla superficie calpestabile della cucina proprio là dove abbiamo intenzione di posizionare l’isola. Mentre per i tubi “di carico” (acqua calda e fredda) questo non è quasi mai un grosso problema, per il tubo di scarico la sua collocazione può divenire una questione a volte insormontabile. Il passaggio di uno scarico nel pavimento, al centro di una stanza, deve infatti presupporre che si venga a creare la “pendenza” necessaria perché l’acqua presente nel tubo defluisca senza difficoltà.  Se infatti è pur vero che l’acqua proveniente dalle pilette di un lavello da cucina, scaturisce da una posizione ben più alta del pavimento, è altrettanto vero infatti che se il tubo orizzontale che ha il compito di trasportare l’acqua nelle colonne di scarico non possiede un’inclinazione giusta, l’impianto di evacuazione acque  non funzionerà bene ed il nostro lavello risulterà difficile da usare sotto numerosi punti di vista. Qualcuno a questo punto obbietterà che, per la “teoria dei vasi comunicanti” un liquido scaturito dall’alto e posto in una tubatura chiusa, non può che fuoriuscire dallo stesso tubo se la sua lunghezza termina in un punto più basso della sua sorgente. In realtà invece, nel caso dei lavelli da cucina questa leggera pendenza deve essere in ogni caso presente perché se l’acqua stagnasse all’interno del tubo durante la fase di non uso del lavello, i grassi ed i saponi sempre presenti nell’acqua di scarico di una cucina, sarebbero presto destinati ad ostruire il tubo incassato nel pavimento e causerebbero danni incalcolabili. Quindi, per farla breve, chi vuole fornire la propria cucina ad isola del lavello, deve preventivamente informarsi sulla presenza di un solaio che abbia un altezza o di una conformazione adeguata al passaggio di un tubo di scarico dotato di un diametro e di una pendenza appropriata. In caso contrario è meglio soprassedere e pensare ad un progetto che preveda, magari, il classico posizionamento del lavello “a parete”.

Quando si colloca un lavello in un’isola, almeno al giorno d’oggi, è ritenuto indispensabile corredarlo anche di una lavastoviglie. Per questo elettrodomestico non sono necessari ulteriori tubi perché per il suo carico ed il suo scarico sarà sufficiente utilizzare quelli del lavello, ciò che è importante però in questi casi è fornire la nostra isola di un adeguato allaccio elettrico. E anche per quest’ultimo è necessaria una precisazione. Le normative di sicurezza vigenti infatti determinano un’altezza minima ( di solito 30 cm) da terra, in cui è possibile posizionare una presa elettrica. Tale limitazione è dovuta alla necessità di preservare l’impianto e la sicurezza delle persone da eventuali allagamenti che potrebbero interessare gli allacci elettrici. Nel caso delle cucina ad isola ciò sta a significare, in pratica, che quando si ha da posizionare un elettrodomestico nel bancone (forno, piano cottura o lavastoviglie che sia) è necessario che la presa elettrica relativa sia rialzata da terra tramite una cosiddetta “torretta” (una specie di rialzamento predisposto) oppure attraverso la collocazione di una scatola elettrica appositamente rialzata, da alloggiare all’interno di uno dei mobili che compongono l’isola stessa.

E’ bene ricordare a questo proposito che, anche nel caso delle cucine “ad isola”, tutti gli allacciamenti devono essere accessibili ed ispezionabili con facilità in modo da evitare problemi successivi. Per far questo sarà però sufficiente prevederne le posizioni in fase di progetto d’arredo.

Un altro impianto che spesso è indispensabile prevedere, anche nel caso delle cucine ad isola, è quello del “gas”. Si tratta di solito di una tubatura in metallo che proviene dall’esterno dell’abitazione e che serve per trasportare il gas necessario per il piano di cottura e il forno quando quest’ultimo è da alimentare appunto “a gas”. Questa tubatura ha un diametro molto contenuto ed essendo realizzata in un materiale abbastanza flessibile (quasi sempre Rame) non crea di solito grossi problemi ne di collocamento ne di passaggio.

Come predisporre l’evacuazione dei fumi in una cucina ad isola?

Un discorso ben diverso è invece quello relativo all’evacuazione di fumi ed odori. Nel caso si debba posizionare il piano di cottura in un’isola questo è nei fatti da considerare un vero e proprio problema da affrontare preventivamente e con la massima attenzione possibile.

Occorre innanzitutto premettere, che qualsiasi sia la natura del piano cottura (elettrico, a gas oppure ad induzione), anche la cucina ad isola dovrebbe essere sempre dotata di un’idonea cappa aspirante. Se ne potrebbe fare anche a meno, certo, ma come si può pensare di utilizzare  un piano cottura per cucinare se non proprio “intensamente”, con una frequenza per così dire “normale”, senza prevedere quella che sarà la destinazione dei fumi, dei vapori e soprattutto degli odori che produrremo ? Questo peculiare aspetto pratico, nel caso delle cucine ad isola, è ulteriormente amplificato dal fatto che, al contrario di ciò che avviene nelle cucine “a parete”, i fumi ed i vapori prodotti durante la cottura, “stagnano” nel mezzo della stanza oppure, sono destinati addirittura a propagarsi nell’aria muovendosi a seconda della disposizione dei vari ambienti, nonché delle micro-correnti interne tipiche di ogni abitazione.

Per cucinare dunque, a meno che non si accetti di avere le stanze cosparse dal fumo e dagli odori, è necessario avere (e dunque prevedere) una cappa aspirante. Ciò, per le cucine ad isola, può significare spesso un grosso dispendio di tempo e di denaro.

La soluzione più semplice e sbrigativa ce la offre una recente evoluzione tecnologica ed è quella che consente di fornire il nostro piano di cottura di una cappa aspirante e “depurante”, ovvero una di quelle cappe in cui sono presenti dei filtri di depurazione che consentono un uso dell’elettrodomestico anche senza la presenza del classico “tubo di sfiato”. Si tratta però di soluzioni che possono celare dei problemi. Per primo uno prettamente economico: per poter funzionare adeguatamente una cappa filtrante e depurante deve possedere una qualità indiscutibile che preveda l’uso di un motore dotato di una “portata” (ossia di una potenza) tale da aspirare e immettere nei filtri tutta l’aria prospicente al piano di cottura quando quest’ultimo è in funzione. Ciò, tanto per dare qualche numero, sta a significare che una cappa ad isola depurante “che si rispetti”, deve possedere una potenza di aspirazione senza dubbio superiore almeno ai 550/600 mq all’ora. Oltre a questo è assolutamente necessario assicurarsi un’idonea sua facilità di manutenzione! Le cappe infatti, forse più degli altri elettrodomestici presenti in cucina, per poter funzionare perfettamente, hanno costante bisogno di pulizia e quindi le operazioni relative devono essere facili e veloci, specie quando si tratta di cappe aspiranti e depuranti. Nel caso si possa collocare un tubo di sfiato dedicato e adeguatamente proporzionato infatti, tutti questi problemi sono molto più contenuti ed è per questo che l’uso delle cappe depuranti è talvolta sconsigliabile. In tutte le situazioni in cui la cappa può essere collegata ad uno sfiato, i fumi vengono convogliati forzatamente all’interno del condotto di areazione, il quale avrà il compito di trasferire l’aria verso l’esterno senza farla stagnare minimamente all’interno dell’ambiente e senza aggravare quotidianamente di sporco sia i filtri che le stesse tubature.

Di recente si è aggiunto un ulteriore problema all’uso delle cappe “depuranti” nelle cucine: la diffusione sempre maggiore dei piani di cottura “ad induzione” (particolarmente adatti alle isole, come vedremo più avanti) ha evidenziato la necessità di dotare tali sistemi di cottura di cappe che abbiamo la capacità indispensabile ad aspirare la grande quantità di vapori che questo tipo di elettrodomestici produce. Tale produzione è dovuta principalmente alla totale assenza di fiamma tipica della cottura ad induzione la quale, nei piani di cottura a Gas, contribuisce a ridurre i vapori acquei prodotti durante la cottura.

Per la realizzazione di una cucina ad isola bella e funzionale è dunque praticamente indispensabile aver ben chiaro dove posizionare un eventuale tubo di sfiato. Nel caso si voglia prevedere una cappa posta in alto, sopra il piano di cottura le possibili strade sono essenzialmente due: o si predispone la costruzione di un piccolo contro soffitto capace di nascondere in qualche modo la tubatura che attraversa la stanza, oppure si prosegue la cappa stessa dotandola di una specie di “coperchio”, intonato alla cappa stessa, che serva esclusivamente a coprire il tubo orizzontale posto a soffitto e destinato a raggiungere le parti esterne dell’edificio.

A meno che non si stia affrontando la costruzione di una nuova abitazione, la possibilità di nascondere il tubo della cappa all’interno del solaio è quasi sempre da escludere. Le moderne abitazioni sono dotate quasi sempre di struttura in cemento armato e perciò risulta spesso difficile attraversare il solaio di una casa già costruita priva di predisposizioni senza incontrare un pilastro o una trave strutturale.

Diverso è il caso in cui, per la nostra cucina ad isola, si voglia adoprare una cappa “ad incasso sul piano”. Sono cappe di recentissima concezione che si caratterizzano per la posizione del loro impianto di aspirazione che, anziché convogliare l’aria verso l’alto, la trattengono in basso, aspirandola verso la zona sottostante il piano di cottura. Tipicamente progettate proprio per le cucine ad isola, queste cappe possono essere posizionate dietro al piano di cottura, oppure essere addirittura integrate in esse in elettrodomestici “unici” particolarmente gradevoli a livello estetico. Anche in questo caso si parla di cappe che possono essere depuranti (cioè dotate di filtro e prive di tubo) oppure solo aspiranti (cioè dotate di tubo di sfiato). Nel primo caso il problema evidente che si pone è sempre quello, “ancestrale”, relativo alla collocazione del tubo di sfiato ed al suo  passaggio. Dato per assodate le difficoltà di cui abbiamo già parlato, di far passare una tubatura di adatta proporzione all’interno di un solaio di forma e dimensioni pressoché normali, l’unica altra soluzione plausibile in questi casi è spesso la realizzazione “in opera” di una qualsivoglia sorta di rialzamento della superficie calpestabile della cucina. In questo senso può risultare molto di aiuto, la recente abitudine di fornire le abitazioni di pavimento “radiante”. Questa forma di riscaldamento obbliga difatti ad un innalzamento del pavimento, attraverso il quale risulta a qual punto abbastanza semplice far passare il tubo di sfiato, ovviamente nelle sue forme più consone a tale uso.

Adesso che abbiamo affrontato le questioni tecniche più specifiche, vediamo alcuni esempi di cucina ad isola, ognuno dei quali è differenziato dagli altri per alcune specifiche caratteristiche.

La cucina completamente ad isola

Cucina con top okite biancoVi sono a volte ambienti giorno “a pianta aperta”, in cui risulterebbe assolutamente inopportuno utilizzare le pareti perimetrali per mettervi dei mobili da cucina. Si tratta per lo più di quelle situazioni in cui la superficie del living è caratterizzata da ampie aperture, oppure resa particolarmente gradevole dalla presenza di pareti “decorative” che non converrebbe assolutamente coprire con dei mobili, a meno di non mettere pericolosamente a repentaglio l’effetto estetico complessivo. In tutti questi casi il raggruppare tutti gli elementi funzionali della cucina all’interno di un unico mobile “ad isola” può davvero risultare una soluzione eccellente.

Per questo tipo di progetto è necessario avere innanzitutto estremamente chiaro quelli che saranno gli ingombri indispensabili degli accessori (frigo, forno, lavello ecc. ecc.) e poi sommare a questi ultimi gli elementi contenitori che si intende inserire. In linea di massima dunque il bancone centrale di una cucina “completamente ad isola” non differisce molto da quelle in cui al contrario si utilizzano anche una o più pareti prospicenti; vi sono però due elementi il cui inserimento può in questi casi essere fonte di preoccupazione ovvero il frigo e il forno.

Non a caso infatti questi due importanti accessori, almeno solitamente, vengono incassati nella maggior parte delle cucine moderne all’interno delle cosiddette “Colonne”. Quest’ultime sono mobili che si sviluppano in altezza proprio per consentire un inserimento ed un uso ottimale di frigo e forno. Quando la possibilità di adozione di mobili di tali dimensioni viene meno, si è costretti ad utilizzare degli escamotages che ne permettano l’incasso anche in mobili bassi. Per ciò che concerne il forno, il problema in realtà non sussiste , grazie alle dimensioni di questo elettrodomestico che permettono di inserirlo in pratica in qualsiasi base dotata dell’apposita sua predisposizione. Nel caso del frigo invece la questione si fa un po’ più difficile da risolversi. I frigoriferi moderni infatti si sviluppano quasi sempre “in altezza” e sono composti da una parte bassa che contiene di solito il congelatore e da una alta in cui alloggia il frigorifero. Quando questi volumi devono essere necessariamente incassati in un mobile “ad isola”, per sua natura “basso”, essi vanno necessariamente separati. Esistono per fortuna frigoriferi da incasso detti per l’appunto “sotto-base” che hanno delle dimensioni adeguate ad essere inseriti nei mobili “base” (ossia “bassi”) di una cucina ad isola. Attenzione però: mentre per quanto concerne il congelatore, quello “sotto-base” possiede più o meno le stesse dimensioni di quello inseribile “a colonna”, per ciò che riguarda il frigorifero il discorso è diverso. Il cosiddetto frigo “sotto-base” è difatti ben più piccolo del suo “parente alto”: tant’è vero che per poter raggiungere il “litraggio” (ossia, la capacità) di un frigo da incasso “a colonna”, è spesso necessario addirittura prevederne almeno due di quelli bassi.

Specie quando si necessita di un frigorifero di dimensioni “regolari”, il progetto di una cucina “completamente ad isola”, ha bisogno dunque di spazi che permettano l’inserimento di un gran numero di mobili “base”. Dovendo addirittura prevedere 180 cm di ampiezza solo per la conservazione dei cibi a freddo (60+60 di frigo e altri 60 cm di spazio per il congelatore), altri 60 per il forno ad incasso, altri 60 per la lavastoviglie ed altri almeno 60 cm per il lavello, (oltre ovviamente a tutti gli altri mobili contenitori che si ritengono necessario), si raggiunge la misura di una superficie davvero imponente. Si tratta di conseguenza di un impiego di spazio notevole che non tutte le stanze “a pianta” aperta possono permettersi.

La cucina ad isola con colonne retrostanti

Si tratta di una delle versioni sicuramente più comuni e diffuse di cucina ad isola.

Essa è composta da una zona bancone, tendenzialmente posta in posizione centrale e collocata frontalmente ad una parete in cui sono posizionate una serie di colonne. Di funzionalità e praticità dunque estreme, questa tipologia di cucina può trovar facilmente posto nella maggior parte dei locali giorno “a pianta aperta” (se adeguatamente predisposti), in quanto la sua conformazione consente di contenere al suo interno tutti quei requisiti tecnici ed estetici capaci di rendere ogni cucina ad isola bella ed ergonomica. Le colonne, oltre a rappresentare infatti il luogo ideale dove incassare frigo e forno (così come tutti gli altri elettrodomestici che conviene posizionare “in altezza”, come ad esempio la cantinetta), offrono uno spazio di contenimento spesso difficile da trovare altrimenti in qualsiasi altra tipologia di cucina ad isola. Questa peculiarità risulta particolarmente utile sia per l’ergonomia degli spazi che per la conformazione estetica dei progetti. Le colonne infatti, liberano il bancone centrale da alcuni volumi molto importanti, sia dal punto di vista dimensionale che funzionale, che all’interno di un mobile basso possono risultare effettivamente di disturbo. Bisogna immaginare in questi casi la cucina ad isola come se composta da due zone funzionali completamente distinte: quella delle colonne è senza dubbio quella porzione di mobile che un tempo si individuavano nella “dispensa” e nella “madia”, ossia quelli stipi in cui era possibile riporre le cose ed a cui era sempre bene poter accedere in maniera estremamente rapida e semplice; quella del bancone centrale ad isola, è invece la zona invece destinata al lavoro, ovvero al “cucinare”, alla preparazione dei cibi ed in taluni casi (proprio come in quello fotografato) anche al suo consumo.

La cucina ad isola con le colonne retrostanti poste “a parete” è perciò a detta di molti la cucina ad isola “ideale”, ovverosia quella in cui le differenti funzioni di questa speciale tipologia di cucina trovano la loro massima espressione.

La cucina ad isola con bancone “snack”

All’interno delle cucine ad isola vi è annoverata una speciale categoria di arredi in cui il bancone centrale, oltre a svolgere una funzione di contenimento o di lavoro, può ospitare al suo interno anche una parte da destinare alla consumazione del cibo.

Piano Induzione cucina moderna

La parola “snack”, ovvero “spuntino” in inglese rende bene l’idea dell’uso quotidiano che si è soliti fare in casa di questo comodo angolo della cucina. Sul bancone “snack” infatti si fa colazione, merenda e si può anche consumare un pranzo ed una cena, ma solo a patto che si tratti di pasti veloci, da consumare in poco tempo seduti su dei comodi sgabelli. Proprio come al bar…

In questo specifico caso infatti, all’isola centrale viene aggiunta una sorta di “appendice”, quasi sempre sporgente dal volume principale e che può essere dotata di tutte le misure possibili e delle forme più svariate.

Si tratta in pratica di una “mensola”, dotata di una profondità di almeno 30 cm, che deve essere priva di mobili sotto in maniera da poter alloggiare delle sedie o degli sgabelli a seconda dell’altezza che in bancone possiede. Essa può essere costruita utilizzando lo stesso materiale del piano (in tal caso di solito si aumenta semplicemente in quel punto la profondità di quest’ultimo), oppure di un materiale completamente diverso. Tant’è vero che molto spesso, maggiore è la diversità (e quindi l’evidenza) del materiale con cui la sporgenza è costruita e maggiore è la valenza estetica dell’insieme. Tali appendici, possono rivelarsi infatti per i designers delle vere e proprie “occasioni” per poter dimostrare la propria creatività ed il proprio eclettismo progettuale. Del resto in un mondo fatto di mobili, talvolta davvero troppo uguali a se stessi, la possibilità di esprimere disegni e processi concettuali originali attraverso la creazione di elementi “caratterizzanti” e l’inserimento di particolari innovativi, può essere la chiave per riuscire a far emergere qualsiasi progetto di “cucina ad isola”, dalla massa uniforme dei prodotti standard.

Parlando di “forma” infatti, il bancone “snack” è uno di quegli oggetti di arredo che più può essere lavorato di fantasia. Ne esistono di versioni lisce e lineari che si accostano perfettamente al design minimalista delle isole centrali delle cucine “open-space”; ma se ne trovano al contrario altri che esulano completamente dai rigori stilistici della cucina ad isola che gli ospita, per divagare nel dolce ed ampio mare delle forme più strane ed eclatanti da utilizzare in architettura. E’ questo il caso, ad esempio, della cucina ad isola qui fotografata, la quale pur presentandosi come un enorme parallelepipedo costituente l’isola centrale, viene però poi corredata da una sorta di piano sporgente di forma semi-ellittica, che si “separa” visivamente ed evidentemente dal resto della cucina, grazie al suo design, al suo colore e al materiale con cui è costruito.

La cucina ad isola con piano a doppia altezza

Ecco l’occasione giusta per spiegare definitivamente la questione relativa all’altezza del bancone snack, ovvero di quella parte di cucina ad isola che viene spesso destinata alla consumazione dei cibi, proprio come abbiamo descritto nel paragrafo precedente.

Esattamente nel capitolo appena affrontato, infatti, abbiamo descritto come queste specie di “mensole sporgenti” su cui si può pranzare velocemente o fare colazione, vengono solitamente utilizzate in pratica tramite l’uso di sedie o sgabelli, a seconda del livello che questi banconi raggiungono. A questo punto rimane da far chiarezza proprio a proposito dell’altezza del bancone “Snack” e su come esso possa essere utilizzato al meglio per sedervici di fronte. Partiamo innanzitutto da un presupposto fondamentale: le basi (ovvero la parte in basso) di una cucina sono solitamente alte circa 90 cm. Questo significa che un mobile basso da cucina è alto circa 10/15 cm in più di un tavolo. Tale differenza è dovuta ad un fattore prettamente ergonomico: un tavolo è infatti adatto ad essere utilizzato sedendosi di fronte ad esso, mentre una cucina moderna è specificatamente progettata per essere usata in piedi.  Il motivo è facile da intuire: chi cucina ha necessità di muoversi spostandosi di sovente fra i vari mobili e piani di lavoro, mentre chi usa il tavolo lo fa per periodi di tempo più lunghi che presuppongono per questo l’uso di almeno una sedia, proprio come si fa di solito per pranzare o per le preparazioni dei cibi più lunghe a svolgersi.

Come abbiamo già visto, essenzialmente, per pranzare su di una base da cucina, basta avere un piano che possegga una sporgenza di almeno 30 cm per potervi sedere di fronte senza sbattere le gambe contro i mobili che vi stanno sotto; esso avrà di conseguenza un’altezza di circa 90 cm come il mobile che lo ospita ed essendo più alto di ben 15 cm circa più di un tavolo, non potrà  essere usato con delle normali sedie. Per risolvere questo problema si è andati a recuperare una tipologia di mobile che aveva già fatto la sua comparsa fin dall’inizio dell’ottocento intorno ai banconi dei bar, ovvero lo “sgabello alto”. Si tratta in parole povere di una sedia più alta del normale che però, proprio a causa dell’altezza della sua seduta, necessita della presenza di una barra orizzontale posta in basso alle sue gambe che viene chiamata “poggia-piedi”. Lo scopo di questa barra è ovviamente quello di rendere più comoda la seduta di una persona che, trovandosi ad un’altezza ben superiore a quella del proprio ginocchio, troverà giovamento dal poter appoggiare le proprie scarpe su di un sostegno posto ad un altezza adeguata. Non trattandosi però di un Bar, uno sgabello da usare in cucina deve sottostare a specifiche e molto precise regole dimensionali che andremo adesso a descrivere.

Quando il piano su cui si pranza in una cucina ad isola ha un altezza di 90 cm, come il suo piano di lavoro, lo sgabello da utilizzare deve essere obbligatoriamente alto circa 65 cm. Non è affatto detto però che il bancone snack di una cucina ad isola che sia alto esattamente 90 cm: per questo sono divenuti molto popolari quelli sgabelli che, attraverso l’uso di un pistone a gas, permettono di regolare l’altezza della propria seduta variandola da circa 60 a 70 cm.

Ma adesso, dopo tutta questa spiegazione generale, veniamo al nostro caso specifico oggetto di questo paragrafo. Esistono in commercio infatti anche cucine ad isola che, invece di essere progettate con un’altezza uniforme, prevedono una sorta di “rialzamento” proprio nella zona predisposta per la consumazione dei pasti. Si tratta di solito di una differenza di circa 10 cm in più, che porta dunque complessivamente la mensola sporgente ad una altezza di 100 cm da terra, anziché 90 cm, come sono normalmente i piani di una cucina ad isola. I motivi che possono condurre a preferire questo tipo di soluzione sono molteplici. Il vantaggio più evidente, è quello di evidenziare ulteriormente la “zona pranzo” dell’isola rendendola quasi un volume a se stante, che avrà una propria personalità ed un suo specifico stile. Vi possono intervenire però anche motivazioni prettamente tecniche. Quando ci si trova infatti a progettare delle cucina ad isola nel cui mobile centrale sono presenti anche accessori molto importanti (e utilizzati spesso) come il lavello ed il piano di cottura, può risultare spesso inopportuno il dover pranzare ad una distanza molto ravvicinata rispetto a queste specifiche supefici di lavoro. Rialzare dunque la mensola “snack” di una bancone ad isola, in una cucina open-space può significare risolvere egregiamente un problema sia architettonico che pratico: attraverso questa sorta di “scalino” si ottiene di fatto una zona di piano che è sia esteticamente che funzionalmente separata dal piano di lavoro, e che a quel punto diventa una piccola “isola nell’isola” completamente divisa dal resto. Sarà poi sufficiente abbinare al nostro bancone snack “rialzato” degli sgabelli alti almeno 75 cm e il nostro scopo sarà perfettamente raggiunto.

Cucina angolare con isola centrale

Quando lo spazio è veramente tanto ed è possibile lo sfruttamento di due pareti continue, l’isola di una cucina può essere tranquillamente abbinata ad una composizione angolare. Anche in questo caso però, come del resto in tutti quelli che stiamo esaminando, sono necessarie alcune accortezze progettuali.

Cominciamo innanzitutto col dire che, per tutte le ragioni finora enunciate questa tipologia di cucina è adatta esclusivamente agli ambienti davvero molto grandi. Il suo sviluppo deve tenere infatti conto non solo degli ingombri dei mobili (specialmente della loro profondità) ma anche dello spazio che necessita per potervi girare intorno comodamente. Questo in sintesi sta a significare che per poter alloggiare una cucina angolare con al centro della stanza un bancone ad isola, occorre uno spazio di almeno 3 volte quello necessario ad una cucina “normale”. Un errore molto frequente che si fa in questi casi è infatti quello di pensare all’isola come ad una sorta di “tavolo da pranzo” rialzato. Ebbene, non è affatto così.

Un tavolo è una struttura “mobile” e leggera che, pur rappresentando bene o male un piano d’appoggio proprio come un bancone, possiede delle caratteristiche molto differenti. L’isola di una cucina è infatti un elemento d’arredo per sua stessa natura compatto ed inamovibile: il suo volume è pieno, imponente e non è paragonabile ad un tavolo se non (a volte) per alcune sue dimensioni. E poi vi è la differenza più importante ovvero che il bancone a isola, a differenza del tavolo, nasce come luogo di lavoro e pertanto deve possedere delle caratteristiche tali da renderlo usufruibile a questo scopo. Un tavolo è vuoto, ed anche se è destinato a contenere le sedie rimane sempre come un volume effettivo molto modesto. Il bancone ad isola al contrario è un volume possente, monolitico e che (come se non bastasse) necessita di avere degli spazi vuoti intorno per poter essere usato. Chi pensa che tali spazi (ingombri, aperture di ante e cassetti ecc. ecc.) possano essere paragonati a quelli occupati dalle sedie intorno ad un tavolo sbaglia clamorosamente. Un tavolo può essere facilmente spostato così come si fa con le sedie, mentre un bancone rimarrà sempre fisso, immobile nella sua posizione e perfettamente “incurante” di tutto ciò che può avvernirgli vicino.

Facciamo dunque un po’ di conti: abbiamo detto fin dall’inizio che il bancone di un isola dovrebbe distare almeno 100/110 cm dai mobili vicini e dalle pareti prospicenti. Considerando dunque che una cucina ha una profondità di circa 60-65 cm, se ne evince che occorre una stanza larga circa 440/460 per poter ospitare un isola di soli 180 cm di lunghezza. Si tratta di una dimensione non troppo distante dalla media, ma siamo certi che sia esteticamente conveniente questo tipo di soluzione in spazi così limitati? Ed ecco che riemerge il discorso fatto proprio all’inizio a proposito dell’opportunità o meno della scelta dell’isola in stanze che non sono state originariamente progettate a questo scopo. Ad ogni stanza il suo giusto arredo…

Cucina lineare con isola centrale

Un po’ più facile, proprio sotto il punto di vista dello spazio, è l’inserimento in un Open-Space di un bancone ad isola insieme ad una cucina lineare posta accanto.

La maggiore semplicità di collocazione risiede ovviamente nella minore superficie libera che necessita questo tipo di composizione.

La cucina lineare con isola centrale non differisce infatti dalla tipologia ” Cucina ad isola con colonne retrostanti” (di cui abbiamo parlato in un precedente capitolo di questo articolo) per forma e dimensioni, ma sta nella disposizione e nella collocazione degli elementi la sua principale peculiarità. Si tratta in questo caso di una cucina che possiede una parete che può essere dotata non solo di colonne, come nel caso appena sopra citato, ma anche di un vero e proprio piano di lavoro in aggiunta a quello già presente sul bancone dell’isola. Dal punto di vista “estetico” e stilistico, si può dire di trovarsi quindi di fronte a una cucina più leggera e per così dire “consueta”, ma guardando all’aspetto funzionale, ci si accorgerà presto che i vantaggi insiti in questo tipo di cucina ad isola sono davvero molteplici.

Primo fra tutti la disponibilità maggiore di piano di lavoro o “top” che dir si voglia, che corrisponde non solo ad una più ragguardevole capacità di spazio libero dove cucinare, ma anche alla possibilità di ottenere una migliore disposizione ergonomica degli elementi.

Ricordate il famoso “triangolo funzionale” delle cucine componibili moderne? E’ quel concetto architettonico secondo il quale la cucina deve essere progettata immaginando che la persona che la utilizza si muova all’interno di un ipotetico “Triangolo” che ha per vertici le tre zone funzionali più importanti ovvero: la zona lavaggio, la zona cottura e la zona di conservazione e contenimento. Ebbene nella “cucina lineare con bancone centrale ad isola”, questo nostro fittizio triangolo prende forma naturalmente e senza dover effettuare il benché minimo sforzo progettuale. La ragione di ciò è presto detta: la presenza di un ulteriore piano di appoggio posto in parete in aggiunta a quello già presente sull’isola, consente di collocare più comodamente i due più ingombranti e importanti accessori ossia il lavello (ovviamente con la sua lavastoviglie) ed il piano cottura.

Posizionare infatti queste due zone funzionali scegliendo dove disporle al meglio su due superfici distinte ma contigue, significa poter contare su di una comodissima allocazione degli spazi grazie alla quale muoversi dal piano di lavoro al lavello, e da questi al piano di cottura, diventa estremamente semplice e pratico. Basterà a quel punto collocare delle colonne su di una qualsiasi parete a  disposizione, per avere a portata di mano anche tutto ciò che ci può essere utile durante le nostre operazioni e che necessita di essere conservato in frigo o in dispensa.

Cucina con isola poggiata a muro

Ma una cucina per essere definita “ad isola” deve avere il proprio bancone obbligatoriamente al centro della stanza e libero da tutti e quattro i lati?

Piano cottura a gas cucina moderna

In realtà no. Anzi… vi sono delle situazioni in cui appoggiare a muro un isola da cucina può divenire una delle soluzioni architettoniche più funzionali da adottare. Occorre innanzitutto chiarire però un punto: sono definibili cucine “ad isola” tutte quelle cucine che possiedono una serie di mobili bassi che sono posti in modo da formare appunto un “isola”, ovvero un elemento a se stante, staccato da qualsiasi altro mobile, che comprende al suo interno almeno un piano di lavoro. Tutte quelle cucine in cui, al contrario, questa sorta di bancone (o piano di lavoro) costituente il mobile bifacciale centrale, è attaccata ad una parte di cucina posta a parete e ne diventa parte integrante, sono dette “a penisola”. Non deve dunque disperare chi non si trova nella situazione ideale di poter porre il proprio bancone ad isola in posizione centrale nella stanza: se necessario, infatti, sarà comunque possibile prendere anche in considerazione l’eventualità di porre l’isola attaccata ad una parete in maniera da ottimizzare gli spazi e limitare le necessarie vie d’accesso al mobile stesso. Il discorso è molto semplice: in una stanza di dimensioni contenute il dover posizionare un isola che lasci liberi almeno 90 0 100 cm da ogni lato, può voler dire molto spesso limitarne troppo le dimensioni fino quasi a renderla addirittura ridicola e sproporzionata in confronto all’ambiente. Invece ridurre gli spazi laterali di accesso spostando magari l’isola stessa addosso ad un muro, può voler dire liberare tutto lo spazio necessario sia per passare e girare intorno ai mobili delle cucina, sia ampliarne le dimensioni stesse.

C’è un unica importante regola da seguire però in questi casi: il bancone deve essere necessariamente poggiato alla parete su di uno dei suoi lati corti e deve essere necessariamente posto in posizione frontale rispetto agli altri mobili da cucina. Se non si seguono queste due piccole indicazioni infatti c’è il rischio di creare una sproporzione degli spazi chiusi trasformando magari l’isola in una semplice credenza se non quando addirittura in una base da cucina  banalmente posta in maniera separata dal resto della mobilia, proprio come si faceva tanti anni fa, quando ancora non esistevano le moderne cucine componibili a piano continuo.

Cucina ad isola con bancone altezza tavolo

Cucina isola con top okite

Abbiamo finora parlato dell’importanza dell’isola in una cucina, sia in relazione a quelli che sono i suoi vantaggi in termini stilistico- architettonici, sia per ciò che concerne gli aspetti pratici relativi alle sue funzionalità come zona di lavoro e zona pranzo.

Proprio in relazione alla funzione “Bancone Snack” che molte cucine ad isola possiedono, abbiamo già affrontato la questione evidenziando in uno dei paragrafi precedenti come sia possibile utilizzare questi mobili per dei pasti veloci (da qui il termine “snack”, ovvero “spuntino”) da consumarsi seduti su degli sgabelli, più o meno alti a seconda dell’altezza della relativa mensola sporgente. Nel caso però non si desideri affatto pranzare in maniera “veloce” e magari non si abbia a disposizione lo spazio per inserire in stanza un vero è proprio tavolo da pranzo, è possibile utilizzare il bancone di una cucina ad isola anche per consumare i nostri cibi in una maniera più comoda e, per così dire, “tradizionale” ? Certamente, sì!

Il bancone ad isola infatti, nella moderna concezione delle cucine componibili “di design”, consente una vastissima gamma di varianti. Fra queste c’è in moltissime produzioni la possibilità di creare la necessaria sporgenza del bancone “snack”, non all’altezza del piano di lavoro (o addirittura più alta), ma anche più in basso, ad un’altezza cioè che consenta il suo uso tramite delle sedie.

Stilisticamente l’effetto non cambia: la mensola anche in questo caso potrà diventare una variabile “evidente” del progetto attraverso colori e materiali differenti e la sua estetica integrarsi lo stesso completamente all’interno del progetto dell’isola. Quello che cambia sarà il suo aspetto funzionale.

Bisogna in questo caso immaginare come una sorta di “tavolo da pranzo” che in qualche modo fuoriesce dall’isola stessa della cucina per creare una protuberanza formata dal piano sporgente dal volume stesso del blocco centrale. Questo “aggetto” dovrà essere per forza sostenuto da degli appositi supporti capaci di contenerne il peso e assecondarne le forma. Le dimensioni della mensola bancone di questo tipo infatti variano rispetto a tutte le altre che abbiamo avuto precedentemente l’occasione di esaminare. Il bancone “snack” vero e proprio, come abbiamo visto, necessita di soli 30 cm di profondità liberi per poter sfruttato al meglio, nel caso invece  dell’isola da cucina con bancone ad altezza tavolo, la profondità da lasciar libera va prevista di almeno 45 o 50 cm. Cucina con snack penisolaTutto ciò a causa di due principali fattori: innanzitutto perché non stiamo più parlando di pranzi “veloci” ma bensì di pranzi comodi, che di per se necessitano di spazi più ampi e poi perché sedendosi di fronte a questa sorta di “strapuntini”, non ci si trova sotto al piano il “vuoto” come nei casi finora esaminati, bensì le pareti della stessa isola che si elevano fino ad almeno 90 cm da terra.

Molto interessante a questo proposito è la possibilità di dotare i banconi ad altezza tavolo di un vero e proprio “mobile aggiunto” che possa servire da contenitore sul lato opposto a quello della cucina.

Immaginando dunque un moderno open-space, la cui pianta aperta fa sì che il mobile ad isola “sfoci” in un certo senso nella zona “living”, questo ulteriore mobile, pur essendo inserito a tutti gli effetti nella composizione della cucina, può rappresentare un comodo alloggio per tutte quelle suppellettili da utilizzare durante i pranzi o le cene più importanti da consumare in famiglia. La cucina ad isola qui fotografata, ad esempio, integra questa specie di “appendice” in una maniera tale da far apparire questo lato del bancone quasi un luogo specifico per lo “Smart-working”. Un piano d’appoggio dove poter lavorare o guardare la propria serie Tv preferita di fronte al computer portatile, e due comodi sportelli dove poter riporre tutta gli incartamenti da conservare che sono presenti in ogni casa.

Uno spazio vitale del tutto nuovo ed inedito in cui si può certamente pranzare, ma su cui si può anche tranquillamente lavorare, magari restando “in comunicazione” con tutto il resto della famiglia. D’altronde, proprio come abbiamo detto all’inizio di quest’articolo, quella “ad isola” è la cucina più “social” che esiste, quindi questo nuovo utilizzo del banco centrale non può essere che la conferma delle qualità conviviali che questo tipo di arredo innatamente possiede.

Cucina ad isola “a golfo” o con mensola di congiunzione

Il piano di lavoro in cucina, ormai, si sa, non basta proprio mai e per questo succede a volte di dover trasformare le proprie granitiche convinzioni in idee che possono rappresentare un vero aiuto alle problematiche quotidiane. Via di mezzo fra la cucina “ad isola” e quella “a penisola”, la cucina “a golfo” (anche detta “con top di congiunzione”) non è altro che una sorta di “uovo di colombo” per chi in cucina ha bisogno di un piano aggiuntivo dove poter cucinare oppure pranzare.

Il concetto è più o meno lo stesso visto per tutte gli altri modelli di cucina ad isola dotati di bancone “snack”: basta aggiungere un bel piano sufficientemente sporgente ed ecco che il monolitico blocco centrale di ogni cucina ad isola può adattarsi ad ospitare anche 3 o più commensali per un pranzo veloce. In questo caso però la progettazione di questa zona avviene un po’ diversamente. La mensola costituente il piano aggiuntivo a cui accostare magari gli sgabelli, in questa cucina infatti non è più una semplice “sporgenza” che fuoriesce dal volume del bancone, ma rappresenta invece un vero e proprio  “trait d’union” fra l’isola ed il resto della cucina. Un ponte ideale che può fungere si da banco snack, ma anche come semplice piano di lavoro da utilizzar per ogni evenienza.

Quando utilizzare questa soluzione? Tutte le volte in cui il top di lavoro o d’appoggio non è sufficiente a soddisfare le nostre esigenze e si possiede altresì nella nostra cucina-living lo spazio necessario per poter girare comodamente intorno ad un “golfo” di così generose dimensioni. In tutti gli altri casi, meglio optare per composizioni più tradizionali e meno dispendiose di spazio vitale!

Cucina Ad isola con tavolo accostato

Le doti conviviali di ogni cucina ad isola devono per forza coesistere con l’insieme delle esigenze che sussistono in ogni famiglia, per piccola o grande che sia. C’è un “punto dolente” però che porta molto spesso i progettisti ed i committenti a rinunciare all’inserimento di una bella e scenografica cucina ad isola, preferendole collocazioni più tradizionali e certamente più facili ad essere sistemate nelle abitazioni di vecchia concezione.

Questo “punto critico”, come abbiamo potuto più volte verificare anche all’interno di questo articolo, è la carenza di spazio. Lo abbiamo detto: le case sono sempre più piccole e specie quando sono state costruite già da qualche decennio, non possiedono spesso caratteristiche tali da poter ospitare una cucina per molti sensi “complicata” come quella “ad isola”. Una delle questioni più scottanti  e difficili da affrontare è quella della presenza nello stesso spazio aperto dell’isola della cucina e del tavolo da pranzo: un accostamento davvero difficile da sostenere in un living di dimensioni normali a meno che non si sia potuto operare strutturalmente sugli spazi.

Attenzione: qui non si tratta di un problema da poter affrontare tramite degli escamotages “brillanti” come quelli che abbiamo visto descrivendo la “cucina ad isola con bancone ad altezza tavolo” o come tutte le altre dotate di un “piano snack”. Qui si tratta dell’inserimento di un vero e proprio tavolo da pranzo, dotato di tutte le sue caratteristiche peculiari, in una stanza in cui è già presente un volume molto similare costituito dal bancone isola. E’ un po’ come voler mettere “due galli in un pollaio” o come pretendere di stipare indistintamente degli arredi in un locale, lamentandosi poi del pessimo risultato ottenuto.  Si tratta a tutti gli effetti di due elementi di arredo talmente importanti e similari per dimensioni e funzionalità che sono difficili da far coesistere in un unico ambiente a meno di non possedere una “piazza d’armi” nel nostro ambiente a pianta aperta. Basta far due conti per accorgersene: un tavolo da cucina di dimensioni medie occupa già da solo circa 6 mq di spazio “vitale”, escludendo quello occorrente per potervi girare comodamente intorno. Nel caso si decida di inserire un bancone ad isola nella stessa stanza bisogna considerare che altrettanti metri quadri saranno occupati dal suo monolitico volume. Quanta superficie dovrebbe avere un open space per poter ospitare opportunamente degli ingombri così notevoli? Forse troppa per le moderne abitazioni di città.

Ecco dunque che a venirci in aiuto è il “design” il quale, attraverso la componibilità delle più moderne ed aggiornate cucine d’arredo, permette di concepire insiemi capaci di dimezzare gli spazi impegnati ed ottimizzare quelli vuoti. La cucina qui fotografata ne è uno dei più fulgidi esempi: il bancone ad isola è unito come in un unico mobile al tavolo da pranzo, creando un unico volume architettonico che, all’occorrenza può essere separato in due spazi vitali distinti. Ci sono ospiti a cena? Nessun problema: il tavolo si può staccare dalla sua originaria posizione ed essere girato, spostato e magari pure “allungato” a seconda delle esigenze. Ma una volta che le “baldorie” saranno terminate ecco che tutto può tornare a ricomporsi nel suo insieme ordinato di cucina ad isola.

Concludendo. Le cucine ad isola: spazi metropolitani in stile “Loft”

Abbiamo in questo nostro articolo cercato di esaminare con la dovuta attenzione una tipologia di arredo complessa e articolata che rappresenta comunque un desiderio molto comune.

Ben equipaggiate, attuali, attente al design e alle tendenze, ma sempre pratiche ed estremamente funzionali, le cucine ad isola si adattano in maniera libera ed innovativa a case sempre più aperte e dinamiche. Per giovani “gourmet” o destinate ad eleganti ospiti serali,  sempre circoscritte un un ambiente che si fa adesso un po’ fatica a chiamare solo “cucina”, ma che diventa al contempo, soggiorno, living e chissà quante altre cose. Le cucine ad isola sono così: elementi monolitici che si propongono come sicuri ripari di salvezza a cui aggrapparsi durante le ore più belle e serene della giornata: quelle che si passa in casa, all’interno del proprio ambiente familiare più intimo. Un laboratorio attrezzato per la gioia di esperti e appassionati che sa diventare anche un luogo di incontro e di contatto con il resto del mondo.

La cucina a isola è dunque davvero una cucina “da sogno “? No. E’ un solido punto d’approdo.  

 

 


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